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Appesi ad un filo... d'erba
Scritto da Super User

Potenza - Non c’è forse nulla di simile al mondo, in nessuno sport: Wimbledon è il più antico e prestigioso torneo di tennis, da qui è passata la Storia dello sport con la racchetta e vincere la competizione ti consegna semplicemente alla Leggenda. Già lo scorso anno ho scritto di questo torneo, quindi state tranquilli, questa volta l’argomento è un altro. The Championships esibiscono sicuramente anche quello che è considerato il prato più famoso del mondo. Si dice di solito prato all’inglese, perché è quello perfetto. Il più ovvio dei segreti che rendono il prato di Wimbledon unico (e con lui in pratica tutti i prati inglesi) è sicuramente il clima. Ammesso che sia una fortuna, un manto erboso in Gran Bretagna può beneficiare di un po’ di pioggia quasi tutti i giorni  dell’anno, aspetto che unito alle temperature dell’isola (mai troppo alte) contribuisce a creare le condizioni ideali per coltivare un prato che non a caso viene definito “all’inglese”. Un ruolo fondamentale poi lo gioca la grande esperienza maturata dagli anglosassoni nella coltivazione di un manto erboso, specie se quest’ultimo è utilizzato per praticare uno sport. Da queste parti si ritiene che, mantenere un prato perfetto per giocarci a tennis, nel continente europeo sia una pratica del tutto sconosciuta. Questa convinzione potrà forse apparire un po’ spocchiosa ma visti i risultati fa perno su una solidissima base. Del resto gli inglesi non difettano certo di maniacalità e per questo quello di Wimbledon è di sicuro il prato più curato del mondo. Capitanati da Eddie Seaward, capo giardiniere a Wimbledon da quasi 20 anni (e uno dei sette uomini che hanno ricoperto il ruolo nella storia del Club), sono circa una trentina i tecnici che accudiscono i prati del torneo e che insieme a un numero imprecisato di addetti si prendono cura dei campi del torneo assicurando loro sempre la giusta irrigazione, rullando costantemente il substrato costituito da sabbia e limo e tagliando scrupolosamente ogni ciuffo d’erba. E’ il concorso di una serie di fattori a rendere il prato di Wimbledon quello che è. Ma che, va detto, per quanto riguarda la sua composizione non è sempre stato quello che conosciamo da una decina di anni a questa parte. Sino ai primi anni del nuovo millennio l’erba dei campi del torneo era composta da un 70% di  Lorrina Perennial Ryegrass (Lolium perenne) e da un 30% di Barcrown creeping red fescue (una varietà della Festuca rubra), miscela che rendeva il manto più soffice, il rimbalzo della pallina meno prevedibile e il gioco del “lawn tennis” molto più difficile e forse più spettacolare. Da qualche anno però, proprio sotto la supervisione di Seaward, è stata tolta la componente di Festuca per lasciare solo il 100% di loglio (il Lolium di cui sopra) con il risultato che, grazie anche a massicci rullaggi e all’altezza del taglio, la palla schizza alta e il suo rimbalzo risulta molto più regolare, caratteristiche che hanno mutato sensibilmente il gioco del tennis sull’erba tanto da far coniare al grande Clerici il termine di “erba battuta”. Il motivo di questo cambiamento? business bellezza! Più veloce, più spettacolo, più soldi! Una sorta di omologazione del tennis che punta a garantire ai giocatori delle superfici di gioco più uniformi e prevedibili possibile, a prescindere dal materiale usato nei campi, erba, terra rossa o cemento che sia. A Wimbledon l’erba cresce su un terreno reso compatto da un rullaggio molto vigoroso, con rulli notevolmente più pesanti rispetto alla tradizione, e mescolato con sabbia e limo. Lo Stri(Sports Turf Research Institute nello Yorkshire, nato nel 1929 e divenuto negli anni un’autorità nella scienza dei terreni dedicati alle attività sportive: sementi, trattamenti, substrati, drenaggi) ha consigliato di tagliare sempre, invariabilmente, l’erba a otto millimetri e di controllare regolarmente anche il grado di greeness (quanto è verde, in altri termini). Il risultato di queste lievi, impercettibili modifiche è evidente: il rimbalzo è finalmente predictable, come piace dire ai londinesi, più alto, più regolare. Mark Petchey, un attaccante che si guadagnava da vivere con la wild card a Wimbledon, qualche anno fa l’ha spiegato chiaramente: “Seminare pura ryegrass fa sì che l’erba venga su dritta; prima con il mix che si usava gli altri fili d’erba spingevano giù il loglio e creavano una sorta di tappeto. Ecco perché la palla tendeva a schizzare via bassa. Avete visto Nicolas Mahut al Queen’s? In tutta la settimana faceva solo serve&volley, ha battuto Nadal, contro Roddick in finale non ha mai perso il servizio. Qui a Wimbledon ha preso tre set a zero, facili, da Gasquet che gioca benissimo ma solo da fondo”. I puristi, ovvio, storcono il naso e rimpiangono il vecchio manto e lo spettacolo che rendeva giocarci sopra ma temo che dovranno rassegnarsi al prato e abituarsi a vederlo così come è oggi. Che per la verità così lo si vede per poco: l’erba bella e perfetta dura sì e no solo per la prima settimana, nella seconda i giocatori hanno a che fare con una superficie molto consumata e in molte zone completamente priva anche di un solo filo d’erba.

© giuseppelavalle

foto tratta da internet

Per gentile concessione della Rivista Fever Pitch (storia e storie di calcio e cultura inglese)