Europa Hooligan
Scritto da Super User

 

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Potenza - Ospitiamo un bellissimo contributo di Nicola Magnani della Rivista Fever Pitch.

Quando si parla di violenza nel calcio, di aggressività, di teppisti da stadio, in una parola sola: hooligans; si fa spesso riferimento all’Inghilterra, la patria natìa per eccellenza di questo delicato e controverso fenomeno sociale. Per interi decenni i quotidiani britannici riportavano in prima pagina le gesta belligeranti delle firms al seguito dei clubs d’OltreManica. Newcastle, Leeds, Manchester, Liverpool, Middlesbrough, Derby e più a sud verso Birmingham , Londra e Portsmouth. Tutte città con un seguito numeroso e violento di tifosi. Gli scontri all’interno degli impianti di football, il “take the End”, i pubs, le metropolitane saranno luoghi in cui la cieca violenza di centinaia di giovani prenderà il sopravvento sulla ragione. La sicurezza negli impianti calcistici inglesi di fine anni ’80 era tragica: stadi strutturalmente inadeguati e obsoleti, diversi dei quali costruiti ancora in epoca Vittoriana, pessima reputazione a livello internazionale e scontri sempre più brutali, premeditati e, come dire, “professionali”, da parte di mobs costituite volontariamente da un numero minore di lads ma più determinati e agguerriti.

A volte la competizione calcistica era solamente un pretesto, una scusa,  un avvenimento pubblico che faceva da cornice al vero obbiettivo di numerosi thugs ansimanti nel volersi battere e umiliare fisicamente i tifosi avversari fuori e dentro lo stadio. Tutto questo fino al 1989. Il 15 aprile, a Sheffield, nello stadio del Wednesday FC, è in scena la semifinale di Coppa d’Inghilterra tra Liverpool e Nottingham Forest. La Leppings Lane End, la curva riservata solitamente ai tifosi in trasferta, è inspiegabilmente assegnata al seguito dei reds, molto più numeroso rispetto ai Forest, a cui era stata assegnata la curva di casa, decisamente più capiente. Il sovraffollamento causato dall’ingresso improvviso di migliaia di scousers, fra cui molti senza biglietto, avallato dalla negligenza della polizia,  causò la morte di 96 persone. La tragedia sconvolse l’opinione pubblica non solo inglese ma di tutto il mondo. Il problema non era solo di tipo sociale ma anche infrastrutturale. Impianti calcistici troppo vecchi e la turbolenza della folla causavano un mix troppo pericoloso. Era giunta l’ora di porre fine a tutto questo. Il bando europeo del 1985, imposto ai clubs  inglesi dopo il dramma dell’Heysel, viene ritirato dall’UEFA un anno dopo Hillsborough. La parte d’Inghilterra sana e sportiva chiedeva a gran voce un cambiamento drastico della situazione. Il Governo inglese e i clubs stanziarono più di 700 milioni di sterline nel periodo nineteens, seguendo le raccomandazioni suggerite nel Rapporto Taylor: stadi di proprietà dei clubs, all seaters, con tutti posti a sedere, moderni e accoglienti come teatri. La partita di football intesa come spettacolo, business, un evento da trasmettere anche in pay-per-view, diritti d’immagine, biglietti più cari e tolleranza zero verso i lads violenti, per loro anni di galera. Poco tempo prima sembrava impossibile ma con l’avvento dei nineteens il problema hooligan viene ridimensionato drasticamente, non eliminato al 100%, ma contenuto in maniera assai efficace anno dopo anno. La differenza sostanziale con il passato consiste nel divieto di accesso alle manifestazioni sportive per tutti coloro che si sono resi colpevoli di violenze, al contrario dei decenni precedenti quando un lad poteva essere cacciato dallo stadio per intemperanze e poi poter rientrare pagando nuovamente il biglietto o infiltrandosi fra gli spettatori in coda agli ingressi. Scotland Yard costituisce la National Football Intelligence Unit, squadra speciale anti-hooligan, con azioni di infiltrazione: gli arresti e le diffide sono centinaia ad ogni stagione.  La descrizione tipica di un hooligan inglese degli anni ’80 può darcela Bill Buford, giornalista americano autore del bellissimo libro Among the Thugs, “infiltratosi” fra i tifosi più tosti del Manchester United: … mi spostai di carrozza in carrozza, cercando uno di “loro”, e mi imbattei in un uomo dall’aspetto incredibile, perfetto per rappresentare quella categoria di esseri umani: ed era davvero uno dei suoi esemplari più ributtanti, con il volto grasso e schiacciato come quello di un bulldog, e un corpo veramente enorme. La sua maglietta, macchiata di qualcosa di appiccicaticcio e scuro, si era ritirata sulla pancia scoprendo rotolini di pelle flaccida che ballonzolavano, pieni di litri e litri di birra, pezzettini di patatine fritte e grumi di cibo non digeriti. Le sue braccia, gonfie e flosce, erano costellate di tatuaggi. Sul bicipite destro spiccava un’immagine dei Diavoli Rossi; sull’avambraccio una Union Jack. Quando gli rivolsi la parola, aveva appena lanciato una lattina vuota di birra sul portabagagli, dove andò a fare compagnia a quelle che già vi si trovavano, e stava cominciando a scolarsi una bottiglia di vodka. Mi presentai. Stavo scrivendo un libro sui tifosi, gli spiaceva rispondere a qualche domanda? Mi fissò, poi affermò “Gli americani sono tutti figli di puttana”. Seguì una pausa. “I giornalisti”, aggiunse, mostrando, forse, che il suo cervello non ragionava secondo criteri esclusivamente nazionalistici, “sono tutti stronzi”. Avevamo instaurato un rapporto. A più di venticinque anni di distanza il look e lo stile tipico del tifoso da “prima linea” non è cambiato poi più di tanto. Sono cambiate le leggi, quelle sì, ma l’attitudine è rimasta immutata, fino ad oltrepassare la Manica e influenzare intere generazioni europee, questo già a partire dagli anni ’70, mischiata con credi politici e situazioni economico-sociali differenti da Nazione a Nazione. Da decine di anni la violenza nel football non parla solo inglese ma si è diffusa in Olanda, Belgio, Grecia, Russia, Polonia, Germania, ex Jugoslavia, Turchia,…Ragazzi armati, ubriachi, uniti in fazioni, in gruppi, in branchi dietro al proprio striscione, simbolo sacro di appartenenza, si sfidano in strada e all’interno degli stadi di tutta Europa. Divisi fra ideali politici, bandiere religiose o differenti radici etniche, fino ad uccidersi. Senza scomodare i violentissimi teppisti argentini delle barras brava (“gang coraggiose”), le cui gesta criminali hanno provocato fino ad oggi duecento morti, o le ingestibili torcidas armate delle favelas brasiliane (più di 70 morti negli ultimi venti anni), ma rimanendo nel contesto europeo; se in Inghilterra il problema hooligan è stato risolto, non si può dire lo stesso nel resto del Continente. L’ Irlanda del Nord, priva di una legislazione “anti-hooligans”, è un vero paradiso per i violenti del calcio. Un anno fa, dopo i pesanti scontri al Windsor Park di Belfast contro gli ultras polacchi al seguito della propria nazionale, i residenti nelle Sei Contee intimarono agli immigrati provenienti dalla Polonia di lasciare le aree lealiste di Belfast, causando un caso politico internazionale. La fede lealista, protestante e spiccatamente destroide accomuna le tifoserie dei Glasgow Rangers (la “ICF”), del Linfield (la “Section F”) e del Chelsea (“Headhunters”), gemellati fra loro. Non scorre assolutamente buon sangue fra la “Section F” e i “Cliftonville Casuals”, cattolici di orientamento estremista: due anni fa spararono un razzo verso un giocatore dei “Blues” di Belfast. Nella realtà scozzese il derby per eccellenza è l’ ”Old Firm” di Glasgow fra i cattolici filo-irlandesi dei Celtic e i protestanti filo-britannici dei Rangers. Una delle rivalità più brutali e sanguinose in Europa, sempre occasione di scontri fra tifosi ma anche fra i giocatori in campo. L’odio risale al IX secolo quando il fenomeno del settarismo dell’Irlanda del Nord si diffuse nella città scozzese a seguito dello sbarco di migliaia di immigrati irlandesi di fede cattolica, esplodendo poi negli anni ’20 con la città travolta da una pesante crisi economica. Il malcontento della maggioranza protestante si sfogò sulla minoranza cattolica, discriminandola. Glasgow si divise in due. Durante i match la canzone più gettonata da entrambe le fazioni è You are in the fucking wrong country, questo per il forte sentimento d’appartenenza all’EIRE per i Celtic e alla “madre patria” Inghilterra per i Rangers. In Germania la violenza esplode negli anni ’80, quando diverse curve tendono sempre più alla Destra estrema. Nel giugno del 1988 duri scontri avvengono tra hools tedeschi e mobs inglesi a Dusseldorf, durante gli europei. Quasi 2.000 teppisti prendono parte ai disordini e più di 300 vengono arrestati. Pochi giorni dopo neonazisti danno vita a furibondi tafferugli con gli abitanti del quartiere occupato di Amburgo, Sankt Pauli, pieno di punks, anarchici e skinheads antirazzisti militanti, tutti ultras del St Pauli. Due anni dopo un 19enne tifoso del FC Berlino viene ucciso da un colpo di pistola sparato dagli agenti. Una settimana più tardi oltre 1.000 tedeschi dell’Est marciano a Berlino per celebrare la morte del giovane. L’Olanda può definirsi a buon diritto la patria delle bombe da stadio: di solito palle da tennis riempite di polvere pirica o altri esplosivi. I Vak-S del Feyenoord, gli F-Side dell’Ajax, i North-Side del Den-Haag rappresentano le frange più estreme e pericolose del tifo Orange. La polizia ha proposto di considerare reato la sola appartenenza a questi gruppi, al pari di organizzazioni terroristiche. La matrice destroide accomuna i tifosi di Rotterdam con i North-Side, ma l’odio fra le due tifoserie rimane alto. Fortissima tensione anche nei match contro l’Ajax, gli “ebrei” originari della zona dell’antico ghetto ebraico di Amsterdam. Nel 1997 i pullman con a bordo F-Side e Vak-S si incrociarono. Durante gli scontri in strada un leader degli F-Side perse la vita, colpito brutalmente dagli  ultras del Feyenoord, armati. Alla fine la polizia sequestrò mazze da baseball, molotv e storditori elettrici. In Russia e in Polonia il fanatismo ultrà attorno ai match di football nasce dalle ceneri del post-comunismo ma già dagli anni ’80 i tifosi iniziano a ribellarsi al dominio assoluto del Regime sulla società dandosi battaglia sulle gradinate di stadi come il “ Luzniki” di Mosca e il “Petrovskj” dello Zenit San Pietroburgo (ex Leningrado). A partire dagli anni ’90 si creano le prime frange organizzate, fra le più aggressive d’Europa: i Gladiators dello Spartak Mosca (la squadra più titolata di Russia, originaria di un sindacato operaio), gli ultras del CSKA (la squadra riconducibile all’ex Armata Rossa) e dello Zenit, questi ultimi autori nel 2007 dell’accoltellamento, per motivi razziali, di un proprio giocatore originario della Tanzania. “Tifosi” filo-nazisti talmente violenti e influenti da chiedere allo Zenit di proibire lo stadio alle donne, in quanto la loro presenza farebbe da deterrente al tifoso intento ad insultare l’avversario. In Polonia spiccano per la loro pericolosità gli ultras  del Legia Varsavia, gemellati con gli ultras juventini. Il derby Wisla Cracovia-Cracovia è chiamato la “guerra santa”. Gli scontri fra Sharks e AntyWisla sono praticamente inevitabili da scongiurare. Nel 1998 durante il match di Coppa UEFA tra Wisla e Parma, Dino Baggio venne colpito alla testa da un coltello lanciato dagli spalti, causandogli 5 punti di sutura. Se Cracovia è stata tristemente battezzata la “città dei coltelli”, la Turchia è la “patria dei coltelli”. Famoso l’omicidio di due tifosi del Leeds, aggrediti con asce, bastoni e lame all’uscita da un ristorante la sera prima del match di Coppa UEFA contro il Galatasaray. Per il timore di nuovi attacchi, in un match considerato da Scotland Yard da codice rosso, il presidente del club inglese, Peter Risdale, fece un appello ai propri tifosi: “nessun fan del Leeds deve essere giovedì sera sugli spalti dell’Ali Sam Stadium”. Ingestibili dal punto di vista dell’ordine pubblico i derby di Instanbul: Galatasaray-Fenerbache ovvero la parte “occidentalizzata” contro quella “asiatica”. La situazione greca è drammatica, le violenze fra i tifosi del Paok Salonicco, AEK Atene, Panathinaikos, Olympiakos, peggiorano sempre più. Tre morti nel periodo eighteen e centinaia di feriti ogni anno. Le fazioni, analogamente alla scena sides olandese, prendono il nome dal cancello d’entrata della propria curva: Gate7 (Olympiakos), Gate21 (AEK), Gate13 (Panathinaikos), Gate4 (Paok). Odio viscerale fra Atene e Salonicco. Vedendo le immagini televisive degli ultras serbi a Marassi nel match poi sospeso tra Italia e Serbia, valevole per  le qualificazioni ad Euro 2012, non sono rimasto shockato più di tanto. Intendo dire che in Serbia, come in altri Paesi, principalmente dell’Europa dell’Est, la situazione della violenza nel calcio è simile per certi versi alla situazione del periodo eighteens inglese quando migliaia di thugs dettavano legge durante le partite di football. Ogni volta, per ogni weekend, anno dopo anno, e questo perché non c’era un Governo solido, compatto, determinato a sconfiggerli. Sembra invece che ci sia una certa connivenza, o per meglio dire “muta tolleranza”, da parte di alcune Federazioni e clubs europei verso questi personaggi, talmente potenti e temuti da intraprendere anche la carriera paramilitare come nel caso serbo delle Tigri di Arkan (operanti lungo il confine con la Croazia e in Kossovo) e delle Aquile Bianche (operanti in Bosnia-Erzegovina) o croato delle FCD (Forze Croate di Difesa, attive in Bosnia) e degli ustascia di Bosnia Ante Pavelic, appartenenti al movimento di estrema destra nazionalista croato, tutti colpevoli di genocidi e violazione dei diritti umani, durante uno dei conflitti più sanguinosi della storia europea: la guerra civile jugoslava degli anni ’90. Dopo essersi sfidati a lungo sulle gradinate degli stadi, le fazioni croate dei Bad Blue Boys della Dynamo Zagabria e la Torcida dell’ Hayduk Spalato accantonano le proprie sciarpe per unirsi e imbracciare il fucile, costituendosi in milizie paramilitari, spesso indossando il simbolo della propria squadra sull’uniforme. Dinanzi lo stadio Maksimir di Zagabria sorge una statua rappresentante un gruppo di soldati che recita: “Ai tifosi della Dinamo Zagabria, che iniziarono la guerra con la Serbia su questo campo il 13/05/90”. Stessa cosa per i loro nemici giurati, i serbi, tra le cui fazioni armate confluivano altrettanti ultras appartenenti ai Grobari, i “Becchini” del Partizan o ai Delije (Heroes) della Stella Rossa. Il caso  di Zeljko Raznatovic, noto con il nome di battaglia “Arkan”, è senza dubbio il più famoso per quanto riguarda lo stretto legame che intercorre tra ultras, nazionalismo e guerra civile in Jugoslavia. Famoso il 30 gennaio del 2000 lo striscione esposto a Roma in Curva Nord dagli ultras laziali di estrema destra, gli Irriducibili, che recitava:“Onore alla Tigre Arkan”, in ricordo dopo il suo assassinio a Belgrado il 15 gennaio dello stesso anno. Una provocazione che esplose in interrogazioni parlamentari e proposte di censura preventiva degli striscioni negli stadi italiani. Arkan, con un passato di rapine, crimini e omicidi in molti paesi europei fra cui l’Italia, verso la fine degli anni ’80 diventa il capo della tifoseria della Stella Rossa di Belgrado. Dopo i seri scontri a Belgrado nel marzo del 1989 fra ultras della Dinamo e del Partizan, incidenti di matrice politica, il quotidiano Vjesnik di Zagabria scriveva: “Le competizioni sportive sono divenute ora un mezzo non solo per scambi di brutali invettive politiche ma anche per violenze delle più brutali che rappresentano un monito dei pericoli di evoluzione verso un conflitto dei più allarmanti”. Fischiatissimo dai tifosi croati in trasferta lo striscione mostrato in campo dalle due squadre che recitava “Jugoslavia”. Il 6 maggio del 1990 la Destra nazionalista di Tudman vince le elezioni in Croazia, è l’inizio della via che porterà all’Indipendenza della Croazia, appoggiata da Stati Uniti e Vaticano. Sette giorni dopo è il 13 maggio. Al Maksimir di Zagabria si incontrano Dinamo e Stella Rossa. La partita non comincia nemmeno. Le tensioni politiche extracalcistiche sono così accese da causare incidenti in tutto lo stadio, una “battaglia campale” fra i 3.000 Delije, arrivati da Belgrado armati di tutto, coltelli, bastoni e gli ultras della capitale croata. La polizia in assetto antisommossa usa anche gli idranti per disperdere la folla. Gli scontri sono ovunque: il settore riservato ai serbi viene distrutto. La polizia, in maggioranza di origine serba, carica i tifosi della Dinamo, sugli spalti i serbi attaccano i tifosi vicini lanciando centinaia di seggiolini. I Bad Blue Boys sfondano il cordone di poliziotti invadendo il campo e caricando verso il settore dei Delije, innescando un corpo a corpo di dimensioni enormi: preludio alla guerra civile imminente. Sessanta sono i feriti. Immagine simbolo: il calcio in volo di Zvonimir Boban contro un poliziotto che si accaniva contro un tifoso della Dinamo, un croato. Allo scoppio della guerra civile con la Croazia, nel 1991, i vertici militari serbi, a comando della JNA (Armata Popolare Jugoslava), pensano a Raznatovic per organizzare le milizie volontarie. In poco tempo nasce la Guardia Volontaria Serba, successivamente chiamata Tigri, forte di almeno 3.000 uomini reclutati fra gli ultras più violenti e ultranazionalisti degli Heroes e nelle carceri belgradesi, imbottite di criminali comuni. Torture, saccheggi, genocidi, appropriazione di proprietà private, campi di concentramento saranno il “biglietto da visita” dell’unità Tigrovi, “Tigre”, contro croati e musulmani. Il gruppo rimane attivo fino all’ultimo giorno di guerra in Bosnia, per tornare successivamente a ripopolare la curva di casa del Marakana, come faranno altri gruppi militari negli altri stadi della Serbia. La sicurezza negli impianti calcistici serbi e croati,  negli ultimi anni è sempre stata critica, evidente che dopo indescrivibili crimini di guerra commessi da entrambe le fazioni la cruda violenza difficilmente svanisca, ma diventi la caratteristica principale alla base dei match di football. Nel 1999 un tifoso 17enne della Stella Rossa muore colpito da un razzo sparato all’interno dello stadio dai Grobari del Partizan, nello stesso anno, ad agosto, si incontrano a Belgrado per la prima volta dopo la guerra le nazionali di Jugoslavia (ormai solo composta da Serbia e Montenegro) e Croazia, match valido per le qualificazioni all’Europeo. I Serbi salutano l’inno croato Lijepa Nasa Domovino con la ferocia di 50.000 dita medie alzate. L’ostilità dell’atmosfera raggiunse il culmine quando al quinto minuto del secondo tempo le luci dello stadio si spensero. “Si vedevano solo i raggi infrarossi dei fucili dei cecchini” ricordò Slavan Bilic, nazionale croato presente allo stadio nonostante un infortunio. Quattro anni dopo sono i tifosi dell’Hajduk Spalato a far parlar di sé, per esprimere la propria rabbia contro la squadra scavalcano le recinzioni dello stadio e scavando sul campo di gioco delle tombe per tutti i giocatori. Nell’estate del 2005 un tifoso del Vozdovax viene ucciso da un trentenne del FK Rad di Belgrado. Negli ultimi tre anni le violenze non sono affatto diminuite ma anzi, sono peggiorate: nel 2007 il Partizan viene sospeso dalla Coppa Uefa dopo i gravi incidenti in Bosnia contro il Zrinjski, gli Heroes della Stella Rossa vengono accusati di tentato omicidio nei confronti di un poliziotto in borghese scoperto ad infiltrarsi in curva nel match di Supercoppa Serba contro l’Hajduk Kula. L’anno successivo muore un tifoso del Partizan, ucciso in scontri con i tifosi del Vojvodina di Novi Sad, prima di una partita di campionato. Nel 2009, prima del match di Europa League, gli Heroes aggrediscono i tifosi di casa dello Slavia Praga, il 17 settembre Brice Taton, 23enne francese tifoso del Tolosa, muore dopo un brutale pestaggio e dopo essere stato gettato da un muro di una decina di metri in pieno centro a Belgrado da parte dei Grobari del Partizan, armati con spranghe, catene e mazze da baseball. La dichiarazione di Rama Yade, Segretario di Stato allo Sport Francese: “Faccio pubblicamente un richiamo alla severità contro i responsabili di questo assassinio, e spero proprio che le autorità serbe non lascino questo crimine impunito”. Un anno dopo, ad aprile, la Federcalcio Serba chiude a tempo indeterminato lo stadio della Stella Rossa dopo che un colpo di pistola ferì gravemente un giovane tifoso, durante pesanti scontri sugli spalti nel match di semifinale di Coppa di Serbia contro l’OFK Beograd. In dieci anni le multe totali, da parte di FIFA e UEFA, attribuite alle due società più gloriose di Belgrado, il Partizan e la Stella Rossa, ammontano a 1,6 milioni di franchi svizzeri. Durante il loro derby gli ultrà scatenano un vero inferno collettivo a causa del quale parecchie persone evitano di assistere ai match perché tremanti di paura, preferendo rimanere a casa.

Ma i responsabili alla sicurezza italiani e serbi tutto questo non lo sapevano?

di NICOLA MAGNANI

per gentile concessione della Rivista Fever Pitch (storia e storie di calcio e cultura britannica)