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Europa Hooligan
Scritto da Super User

 

Immagine di copertina 

Potenza - Ospitiamo un bellissimo contributo di Nicola Magnani della Rivista Fever Pitch.

Quando si parla di violenza nel calcio, di aggressività, di teppisti da stadio, in una parola sola: hooligans; si fa spesso riferimento all’Inghilterra, la patria natìa per eccellenza di questo delicato e controverso fenomeno sociale. Per interi decenni i quotidiani britannici riportavano in prima pagina le gesta belligeranti delle firms al seguito dei clubs d’OltreManica. Newcastle, Leeds, Manchester, Liverpool, Middlesbrough, Derby e più a sud verso Birmingham , Londra e Portsmouth. Tutte città con un seguito numeroso e violento di tifosi. Gli scontri all’interno degli impianti di football, il “take the End”, i pubs, le metropolitane saranno luoghi in cui la cieca violenza di centinaia di giovani prenderà il sopravvento sulla ragione. La sicurezza negli impianti calcistici inglesi di fine anni ’80 era tragica: stadi strutturalmente inadeguati e obsoleti, diversi dei quali costruiti ancora in epoca Vittoriana, pessima reputazione a livello internazionale e scontri sempre più brutali, premeditati e, come dire, “professionali”, da parte di mobs costituite volontariamente da un numero minore di lads ma più determinati e agguerriti.

A volte la competizione calcistica era solamente un pretesto, una scusa,  un avvenimento pubblico che faceva da cornice al vero obbiettivo di numerosi thugs ansimanti nel volersi battere e umiliare fisicamente i tifosi avversari fuori e dentro lo stadio. Tutto questo fino al 1989. Il 15 aprile, a Sheffield, nello stadio del Wednesday FC, è in scena la semifinale di Coppa d’Inghilterra tra Liverpool e Nottingham Forest. La Leppings Lane End, la curva riservata solitamente ai tifosi in trasferta, è inspiegabilmente assegnata al seguito dei reds, molto più numeroso rispetto ai Forest, a cui era stata assegnata la curva di casa, decisamente più capiente. Il sovraffollamento causato dall’ingresso improvviso di migliaia di scousers, fra cui molti senza biglietto, avallato dalla negligenza della polizia,  causò la morte di 96 persone. La tragedia sconvolse l’opinione pubblica non solo inglese ma di tutto il mondo. Il problema non era solo di tipo sociale ma anche infrastrutturale. Impianti calcistici troppo vecchi e la turbolenza della folla causavano un mix troppo pericoloso. Era giunta l’ora di porre fine a tutto questo. Il bando europeo del 1985, imposto ai clubs  inglesi dopo il dramma dell’Heysel, viene ritirato dall’UEFA un anno dopo Hillsborough. La parte d’Inghilterra sana e sportiva chiedeva a gran voce un cambiamento drastico della situazione. Il Governo inglese e i clubs stanziarono più di 700 milioni di sterline nel periodo nineteens, seguendo le raccomandazioni suggerite nel Rapporto Taylor: stadi di proprietà dei clubs, all seaters, con tutti posti a sedere, moderni e accoglienti come teatri. La partita di football intesa come spettacolo, business, un evento da trasmettere anche in pay-per-view, diritti d’immagine, biglietti più cari e tolleranza zero verso i lads violenti, per loro anni di galera. Poco tempo prima sembrava impossibile ma con l’avvento dei nineteens il problema hooligan viene ridimensionato drasticamente, non eliminato al 100%, ma contenuto in maniera assai efficace anno dopo anno. La differenza sostanziale con il passato consiste nel divieto di accesso alle manifestazioni sportive per tutti coloro che si sono resi colpevoli di violenze, al contrario dei decenni precedenti quando un lad poteva essere cacciato dallo stadio per intemperanze e poi poter rientrare pagando nuovamente il biglietto o infiltrandosi fra gli spettatori in coda agli ingressi. Scotland Yard costituisce la National Football Intelligence Unit, squadra speciale anti-hooligan, con azioni di infiltrazione: gli arresti e le diffide sono centinaia ad ogni stagione.  La descrizione tipica di un hooligan inglese degli anni ’80 può darcela Bill Buford, giornalista americano autore del bellissimo libro Among the Thugs, “infiltratosi” fra i tifosi più tosti del Manchester United: … mi spostai di carrozza in carrozza, cercando uno di “loro”, e mi imbattei in un uomo dall’aspetto incredibile, perfetto per rappresentare quella categoria di esseri umani: ed era davvero uno dei suoi esemplari più ributtanti, con il volto grasso e schiacciato come quello di un bulldog, e un corpo veramente enorme. La sua maglietta, macchiata di qualcosa di appiccicaticcio e scuro, si era ritirata sulla pancia scoprendo rotolini di pelle flaccida che ballonzolavano, pieni di litri e litri di birra, pezzettini di patatine fritte e grumi di cibo non digeriti. Le sue braccia, gonfie e flosce, erano costellate di tatuaggi. Sul bicipite destro spiccava un’immagine dei Diavoli Rossi; sull’avambraccio una Union Jack. Quando gli rivolsi la parola, aveva appena lanciato una lattina vuota di birra sul portabagagli, dove andò a fare compagnia a quelle che già vi si trovavano, e stava cominciando a scolarsi una bottiglia di vodka. Mi presentai. Stavo scrivendo un libro sui tifosi, gli spiaceva rispondere a qualche domanda? Mi fissò, poi affermò “Gli americani sono tutti figli di puttana”. Seguì una pausa. “I giornalisti”, aggiunse, mostrando, forse, che il suo cervello non ragionava secondo criteri esclusivamente nazionalistici, “sono tutti stronzi”. Avevamo instaurato un rapporto. A più di venticinque anni di distanza il look e lo stile tipico del tifoso da “prima linea” non è cambiato poi più di tanto. Sono cambiate le leggi, quelle sì, ma l’attitudine è rimasta immutata, fino ad oltrepassare la Manica e influenzare intere generazioni europee, questo già a partire dagli anni ’70, mischiata con credi politici e situazioni economico-sociali differenti da Nazione a Nazione. Da decine di anni la violenza nel football non parla solo inglese ma si è diffusa in Olanda, Belgio, Grecia, Russia, Polonia, Germania, ex Jugoslavia, Turchia,…Ragazzi armati, ubriachi, uniti in fazioni, in gruppi, in branchi dietro al proprio striscione, simbolo sacro di appartenenza, si sfidano in strada e all’interno degli stadi di tutta Europa. Divisi fra ideali politici, bandiere religiose o differenti radici etniche, fino ad uccidersi. Senza scomodare i violentissimi teppisti argentini delle barras brava (“gang coraggiose”), le cui gesta criminali hanno provocato fino ad oggi duecento morti, o le ingestibili torcidas armate delle favelas brasiliane (più di 70 morti negli ultimi venti anni), ma rimanendo nel contesto europeo; se in Inghilterra il problema hooligan è stato risolto, non si può dire lo stesso nel resto del Continente. L’ Irlanda del Nord, priva di una legislazione “anti-hooligans”, è un vero paradiso per i violenti del calcio. Un anno fa, dopo i pesanti scontri al Windsor Park di Belfast contro gli ultras polacchi al seguito della propria nazionale, i residenti nelle Sei Contee intimarono agli immigrati provenienti dalla Polonia di lasciare le aree lealiste di Belfast, causando un caso politico internazionale. La fede lealista, protestante e spiccatamente destroide accomuna le tifoserie dei Glasgow Rangers (la “ICF”), del Linfield (la “Section F”) e del Chelsea (“Headhunters”), gemellati fra loro. Non scorre assolutamente buon sangue fra la “Section F” e i “Cliftonville Casuals”, cattolici di orientamento estremista: due anni fa spararono un razzo verso un giocatore dei “Blues” di Belfast. Nella realtà scozzese il derby per eccellenza è l’ ”Old Firm” di Glasgow fra i cattolici filo-irlandesi dei Celtic e i protestanti filo-britannici dei Rangers. Una delle rivalità più brutali e sanguinose in Europa, sempre occasione di scontri fra tifosi ma anche fra i giocatori in campo. L’odio risale al IX secolo quando il fenomeno del settarismo dell’Irlanda del Nord si diffuse nella città scozzese a seguito dello sbarco di migliaia di immigrati irlandesi di fede cattolica, esplodendo poi negli anni ’20 con la città travolta da una pesante crisi economica. Il malcontento della maggioranza protestante si sfogò sulla minoranza cattolica, discriminandola. Glasgow si divise in due. Durante i match la canzone più gettonata da entrambe le fazioni è You are in the fucking wrong country, questo per il forte sentimento d’appartenenza all’EIRE per i Celtic e alla “madre patria” Inghilterra per i Rangers. In Germania la violenza esplode negli anni ’80, quando diverse curve tendono sempre più alla Destra estrema. Nel giugno del 1988 duri scontri avvengono tra hools tedeschi e mobs inglesi a Dusseldorf, durante gli europei. Quasi 2.000 teppisti prendono parte ai disordini e più di 300 vengono arrestati. Pochi giorni dopo neonazisti danno vita a furibondi tafferugli con gli abitanti del quartiere occupato di Amburgo, Sankt Pauli, pieno di punks, anarchici e skinheads antirazzisti militanti, tutti ultras del St Pauli. Due anni dopo un 19enne tifoso del FC Berlino viene ucciso da un colpo di pistola sparato dagli agenti. Una settimana più tardi oltre 1.000 tedeschi dell’Est marciano a Berlino per celebrare la morte del giovane. L’Olanda può definirsi a buon diritto la patria delle bombe da stadio: di solito palle da tennis riempite di polvere pirica o altri esplosivi. I Vak-S del Feyenoord, gli F-Side dell’Ajax, i North-Side del Den-Haag rappresentano le frange più estreme e pericolose del tifo Orange. La polizia ha proposto di considerare reato la sola appartenenza a questi gruppi, al pari di organizzazioni terroristiche. La matrice destroide accomuna i tifosi di Rotterdam con i North-Side, ma l’odio fra le due tifoserie rimane alto. Fortissima tensione anche nei match contro l’Ajax, gli “ebrei” originari della zona dell’antico ghetto ebraico di Amsterdam. Nel 1997 i pullman con a bordo F-Side e Vak-S si incrociarono. Durante gli scontri in strada un leader degli F-Side perse la vita, colpito brutalmente dagli  ultras del Feyenoord, armati. Alla fine la polizia sequestrò mazze da baseball, molotv e storditori elettrici. In Russia e in Polonia il fanatismo ultrà attorno ai match di football nasce dalle ceneri del post-comunismo ma già dagli anni ’80 i tifosi iniziano a ribellarsi al dominio assoluto del Regime sulla società dandosi battaglia sulle gradinate di stadi come il “ Luzniki” di Mosca e il “Petrovskj” dello Zenit San Pietroburgo (ex Leningrado). A partire dagli anni ’90 si creano le prime frange organizzate, fra le più aggressive d’Europa: i Gladiators dello Spartak Mosca (la squadra più titolata di Russia, originaria di un sindacato operaio), gli ultras del CSKA (la squadra riconducibile all’ex Armata Rossa) e dello Zenit, questi ultimi autori nel 2007 dell’accoltellamento, per motivi razziali, di un proprio giocatore originario della Tanzania. “Tifosi” filo-nazisti talmente violenti e influenti da chiedere allo Zenit di proibire lo stadio alle donne, in quanto la loro presenza farebbe da deterrente al tifoso intento ad insultare l’avversario. In Polonia spiccano per la loro pericolosità gli ultras  del Legia Varsavia, gemellati con gli ultras juventini. Il derby Wisla Cracovia-Cracovia è chiamato la “guerra santa”. Gli scontri fra Sharks e AntyWisla sono praticamente inevitabili da scongiurare. Nel 1998 durante il match di Coppa UEFA tra Wisla e Parma, Dino Baggio venne colpito alla testa da un coltello lanciato dagli spalti, causandogli 5 punti di sutura. Se Cracovia è stata tristemente battezzata la “città dei coltelli”, la Turchia è la “patria dei coltelli”. Famoso l’omicidio di due tifosi del Leeds, aggrediti con asce, bastoni e lame all’uscita da un ristorante la sera prima del match di Coppa UEFA contro il Galatasaray. Per il timore di nuovi attacchi, in un match considerato da Scotland Yard da codice rosso, il presidente del club inglese, Peter Risdale, fece un appello ai propri tifosi: “nessun fan del Leeds deve essere giovedì sera sugli spalti dell’Ali Sam Stadium”. Ingestibili dal punto di vista dell’ordine pubblico i derby di Instanbul: Galatasaray-Fenerbache ovvero la parte “occidentalizzata” contro quella “asiatica”. La situazione greca è drammatica, le violenze fra i tifosi del Paok Salonicco, AEK Atene, Panathinaikos, Olympiakos, peggiorano sempre più. Tre morti nel periodo eighteen e centinaia di feriti ogni anno. Le fazioni, analogamente alla scena sides olandese, prendono il nome dal cancello d’entrata della propria curva: Gate7 (Olympiakos), Gate21 (AEK), Gate13 (Panathinaikos), Gate4 (Paok). Odio viscerale fra Atene e Salonicco. Vedendo le immagini televisive degli ultras serbi a Marassi nel match poi sospeso tra Italia e Serbia, valevole per  le qualificazioni ad Euro 2012, non sono rimasto shockato più di tanto. Intendo dire che in Serbia, come in altri Paesi, principalmente dell’Europa dell’Est, la situazione della violenza nel calcio è simile per certi versi alla situazione del periodo eighteens inglese quando migliaia di thugs dettavano legge durante le partite di football. Ogni volta, per ogni weekend, anno dopo anno, e questo perché non c’era un Governo solido, compatto, determinato a sconfiggerli. Sembra invece che ci sia una certa connivenza, o per meglio dire “muta tolleranza”, da parte di alcune Federazioni e clubs europei verso questi personaggi, talmente potenti e temuti da intraprendere anche la carriera paramilitare come nel caso serbo delle Tigri di Arkan (operanti lungo il confine con la Croazia e in Kossovo) e delle Aquile Bianche (operanti in Bosnia-Erzegovina) o croato delle FCD (Forze Croate di Difesa, attive in Bosnia) e degli ustascia di Bosnia Ante Pavelic, appartenenti al movimento di estrema destra nazionalista croato, tutti colpevoli di genocidi e violazione dei diritti umani, durante uno dei conflitti più sanguinosi della storia europea: la guerra civile jugoslava degli anni ’90. Dopo essersi sfidati a lungo sulle gradinate degli stadi, le fazioni croate dei Bad Blue Boys della Dynamo Zagabria e la Torcida dell’ Hayduk Spalato accantonano le proprie sciarpe per unirsi e imbracciare il fucile, costituendosi in milizie paramilitari, spesso indossando il simbolo della propria squadra sull’uniforme. Dinanzi lo stadio Maksimir di Zagabria sorge una statua rappresentante un gruppo di soldati che recita: “Ai tifosi della Dinamo Zagabria, che iniziarono la guerra con la Serbia su questo campo il 13/05/90”. Stessa cosa per i loro nemici giurati, i serbi, tra le cui fazioni armate confluivano altrettanti ultras appartenenti ai Grobari, i “Becchini” del Partizan o ai Delije (Heroes) della Stella Rossa. Il caso  di Zeljko Raznatovic, noto con il nome di battaglia “Arkan”, è senza dubbio il più famoso per quanto riguarda lo stretto legame che intercorre tra ultras, nazionalismo e guerra civile in Jugoslavia. Famoso il 30 gennaio del 2000 lo striscione esposto a Roma in Curva Nord dagli ultras laziali di estrema destra, gli Irriducibili, che recitava:“Onore alla Tigre Arkan”, in ricordo dopo il suo assassinio a Belgrado il 15 gennaio dello stesso anno. Una provocazione che esplose in interrogazioni parlamentari e proposte di censura preventiva degli striscioni negli stadi italiani. Arkan, con un passato di rapine, crimini e omicidi in molti paesi europei fra cui l’Italia, verso la fine degli anni ’80 diventa il capo della tifoseria della Stella Rossa di Belgrado. Dopo i seri scontri a Belgrado nel marzo del 1989 fra ultras della Dinamo e del Partizan, incidenti di matrice politica, il quotidiano Vjesnik di Zagabria scriveva: “Le competizioni sportive sono divenute ora un mezzo non solo per scambi di brutali invettive politiche ma anche per violenze delle più brutali che rappresentano un monito dei pericoli di evoluzione verso un conflitto dei più allarmanti”. Fischiatissimo dai tifosi croati in trasferta lo striscione mostrato in campo dalle due squadre che recitava “Jugoslavia”. Il 6 maggio del 1990 la Destra nazionalista di Tudman vince le elezioni in Croazia, è l’inizio della via che porterà all’Indipendenza della Croazia, appoggiata da Stati Uniti e Vaticano. Sette giorni dopo è il 13 maggio. Al Maksimir di Zagabria si incontrano Dinamo e Stella Rossa. La partita non comincia nemmeno. Le tensioni politiche extracalcistiche sono così accese da causare incidenti in tutto lo stadio, una “battaglia campale” fra i 3.000 Delije, arrivati da Belgrado armati di tutto, coltelli, bastoni e gli ultras della capitale croata. La polizia in assetto antisommossa usa anche gli idranti per disperdere la folla. Gli scontri sono ovunque: il settore riservato ai serbi viene distrutto. La polizia, in maggioranza di origine serba, carica i tifosi della Dinamo, sugli spalti i serbi attaccano i tifosi vicini lanciando centinaia di seggiolini. I Bad Blue Boys sfondano il cordone di poliziotti invadendo il campo e caricando verso il settore dei Delije, innescando un corpo a corpo di dimensioni enormi: preludio alla guerra civile imminente. Sessanta sono i feriti. Immagine simbolo: il calcio in volo di Zvonimir Boban contro un poliziotto che si accaniva contro un tifoso della Dinamo, un croato. Allo scoppio della guerra civile con la Croazia, nel 1991, i vertici militari serbi, a comando della JNA (Armata Popolare Jugoslava), pensano a Raznatovic per organizzare le milizie volontarie. In poco tempo nasce la Guardia Volontaria Serba, successivamente chiamata Tigri, forte di almeno 3.000 uomini reclutati fra gli ultras più violenti e ultranazionalisti degli Heroes e nelle carceri belgradesi, imbottite di criminali comuni. Torture, saccheggi, genocidi, appropriazione di proprietà private, campi di concentramento saranno il “biglietto da visita” dell’unità Tigrovi, “Tigre”, contro croati e musulmani. Il gruppo rimane attivo fino all’ultimo giorno di guerra in Bosnia, per tornare successivamente a ripopolare la curva di casa del Marakana, come faranno altri gruppi militari negli altri stadi della Serbia. La sicurezza negli impianti calcistici serbi e croati,  negli ultimi anni è sempre stata critica, evidente che dopo indescrivibili crimini di guerra commessi da entrambe le fazioni la cruda violenza difficilmente svanisca, ma diventi la caratteristica principale alla base dei match di football. Nel 1999 un tifoso 17enne della Stella Rossa muore colpito da un razzo sparato all’interno dello stadio dai Grobari del Partizan, nello stesso anno, ad agosto, si incontrano a Belgrado per la prima volta dopo la guerra le nazionali di Jugoslavia (ormai solo composta da Serbia e Montenegro) e Croazia, match valido per le qualificazioni all’Europeo. I Serbi salutano l’inno croato Lijepa Nasa Domovino con la ferocia di 50.000 dita medie alzate. L’ostilità dell’atmosfera raggiunse il culmine quando al quinto minuto del secondo tempo le luci dello stadio si spensero. “Si vedevano solo i raggi infrarossi dei fucili dei cecchini” ricordò Slavan Bilic, nazionale croato presente allo stadio nonostante un infortunio. Quattro anni dopo sono i tifosi dell’Hajduk Spalato a far parlar di sé, per esprimere la propria rabbia contro la squadra scavalcano le recinzioni dello stadio e scavando sul campo di gioco delle tombe per tutti i giocatori. Nell’estate del 2005 un tifoso del Vozdovax viene ucciso da un trentenne del FK Rad di Belgrado. Negli ultimi tre anni le violenze non sono affatto diminuite ma anzi, sono peggiorate: nel 2007 il Partizan viene sospeso dalla Coppa Uefa dopo i gravi incidenti in Bosnia contro il Zrinjski, gli Heroes della Stella Rossa vengono accusati di tentato omicidio nei confronti di un poliziotto in borghese scoperto ad infiltrarsi in curva nel match di Supercoppa Serba contro l’Hajduk Kula. L’anno successivo muore un tifoso del Partizan, ucciso in scontri con i tifosi del Vojvodina di Novi Sad, prima di una partita di campionato. Nel 2009, prima del match di Europa League, gli Heroes aggrediscono i tifosi di casa dello Slavia Praga, il 17 settembre Brice Taton, 23enne francese tifoso del Tolosa, muore dopo un brutale pestaggio e dopo essere stato gettato da un muro di una decina di metri in pieno centro a Belgrado da parte dei Grobari del Partizan, armati con spranghe, catene e mazze da baseball. La dichiarazione di Rama Yade, Segretario di Stato allo Sport Francese: “Faccio pubblicamente un richiamo alla severità contro i responsabili di questo assassinio, e spero proprio che le autorità serbe non lascino questo crimine impunito”. Un anno dopo, ad aprile, la Federcalcio Serba chiude a tempo indeterminato lo stadio della Stella Rossa dopo che un colpo di pistola ferì gravemente un giovane tifoso, durante pesanti scontri sugli spalti nel match di semifinale di Coppa di Serbia contro l’OFK Beograd. In dieci anni le multe totali, da parte di FIFA e UEFA, attribuite alle due società più gloriose di Belgrado, il Partizan e la Stella Rossa, ammontano a 1,6 milioni di franchi svizzeri. Durante il loro derby gli ultrà scatenano un vero inferno collettivo a causa del quale parecchie persone evitano di assistere ai match perché tremanti di paura, preferendo rimanere a casa.

Ma i responsabili alla sicurezza italiani e serbi tutto questo non lo sapevano?

di NICOLA MAGNANI

per gentile concessione della Rivista Fever Pitch (storia e storie di calcio e cultura britannica)

 

 

 

Appesi ad un filo... d'erba
Scritto da Super User

Potenza - Non c’è forse nulla di simile al mondo, in nessuno sport: Wimbledon è il più antico e prestigioso torneo di tennis, da qui è passata la Storia dello sport con la racchetta e vincere la competizione ti consegna semplicemente alla Leggenda. Già lo scorso anno ho scritto di questo torneo, quindi state tranquilli, questa volta l’argomento è un altro. The Championships esibiscono sicuramente anche quello che è considerato il prato più famoso del mondo. Si dice di solito prato all’inglese, perché è quello perfetto. Il più ovvio dei segreti che rendono il prato di Wimbledon unico (e con lui in pratica tutti i prati inglesi) è sicuramente il clima. Ammesso che sia una fortuna, un manto erboso in Gran Bretagna può beneficiare di un po’ di pioggia quasi tutti i giorni  dell’anno, aspetto che unito alle temperature dell’isola (mai troppo alte) contribuisce a creare le condizioni ideali per coltivare un prato che non a caso viene definito “all’inglese”. Un ruolo fondamentale poi lo gioca la grande esperienza maturata dagli anglosassoni nella coltivazione di un manto erboso, specie se quest’ultimo è utilizzato per praticare uno sport. Da queste parti si ritiene che, mantenere un prato perfetto per giocarci a tennis, nel continente europeo sia una pratica del tutto sconosciuta. Questa convinzione potrà forse apparire un po’ spocchiosa ma visti i risultati fa perno su una solidissima base. Del resto gli inglesi non difettano certo di maniacalità e per questo quello di Wimbledon è di sicuro il prato più curato del mondo. Capitanati da Eddie Seaward, capo giardiniere a Wimbledon da quasi 20 anni (e uno dei sette uomini che hanno ricoperto il ruolo nella storia del Club), sono circa una trentina i tecnici che accudiscono i prati del torneo e che insieme a un numero imprecisato di addetti si prendono cura dei campi del torneo assicurando loro sempre la giusta irrigazione, rullando costantemente il substrato costituito da sabbia e limo e tagliando scrupolosamente ogni ciuffo d’erba. E’ il concorso di una serie di fattori a rendere il prato di Wimbledon quello che è. Ma che, va detto, per quanto riguarda la sua composizione non è sempre stato quello che conosciamo da una decina di anni a questa parte. Sino ai primi anni del nuovo millennio l’erba dei campi del torneo era composta da un 70% di  Lorrina Perennial Ryegrass (Lolium perenne) e da un 30% di Barcrown creeping red fescue (una varietà della Festuca rubra), miscela che rendeva il manto più soffice, il rimbalzo della pallina meno prevedibile e il gioco del “lawn tennis” molto più difficile e forse più spettacolare. Da qualche anno però, proprio sotto la supervisione di Seaward, è stata tolta la componente di Festuca per lasciare solo il 100% di loglio (il Lolium di cui sopra) con il risultato che, grazie anche a massicci rullaggi e all’altezza del taglio, la palla schizza alta e il suo rimbalzo risulta molto più regolare, caratteristiche che hanno mutato sensibilmente il gioco del tennis sull’erba tanto da far coniare al grande Clerici il termine di “erba battuta”. Il motivo di questo cambiamento? business bellezza! Più veloce, più spettacolo, più soldi! Una sorta di omologazione del tennis che punta a garantire ai giocatori delle superfici di gioco più uniformi e prevedibili possibile, a prescindere dal materiale usato nei campi, erba, terra rossa o cemento che sia. A Wimbledon l’erba cresce su un terreno reso compatto da un rullaggio molto vigoroso, con rulli notevolmente più pesanti rispetto alla tradizione, e mescolato con sabbia e limo. Lo Stri(Sports Turf Research Institute nello Yorkshire, nato nel 1929 e divenuto negli anni un’autorità nella scienza dei terreni dedicati alle attività sportive: sementi, trattamenti, substrati, drenaggi) ha consigliato di tagliare sempre, invariabilmente, l’erba a otto millimetri e di controllare regolarmente anche il grado di greeness (quanto è verde, in altri termini). Il risultato di queste lievi, impercettibili modifiche è evidente: il rimbalzo è finalmente predictable, come piace dire ai londinesi, più alto, più regolare. Mark Petchey, un attaccante che si guadagnava da vivere con la wild card a Wimbledon, qualche anno fa l’ha spiegato chiaramente: “Seminare pura ryegrass fa sì che l’erba venga su dritta; prima con il mix che si usava gli altri fili d’erba spingevano giù il loglio e creavano una sorta di tappeto. Ecco perché la palla tendeva a schizzare via bassa. Avete visto Nicolas Mahut al Queen’s? In tutta la settimana faceva solo serve&volley, ha battuto Nadal, contro Roddick in finale non ha mai perso il servizio. Qui a Wimbledon ha preso tre set a zero, facili, da Gasquet che gioca benissimo ma solo da fondo”. I puristi, ovvio, storcono il naso e rimpiangono il vecchio manto e lo spettacolo che rendeva giocarci sopra ma temo che dovranno rassegnarsi al prato e abituarsi a vederlo così come è oggi. Che per la verità così lo si vede per poco: l’erba bella e perfetta dura sì e no solo per la prima settimana, nella seconda i giocatori hanno a che fare con una superficie molto consumata e in molte zone completamente priva anche di un solo filo d’erba.

© giuseppelavalle

foto tratta da internet

Per gentile concessione della Rivista Fever Pitch (storia e storie di calcio e cultura inglese)

 

 

Tra verità e leggenda
Scritto da Giuseppe Lavalle

Potenza - Era un pomeriggio invernale del 1823, il cielo britannico non prometteva niente di buono e la vita di alcuni ragazzini si stava consumando dietro ad un pallone. Fuori dal rettangolo di gioco, perso nei suoi tormenti, William Webb Ellis guardava quel gruppo muoversi come uno stormo, come un battaglione in pieno combattimento. La testa andava lì, al padre morto in una delle tante guerre che l’esercito di Sua maestà combatteva in giro per il mondo. Su quel campetto della Public School Ellis ci era finito grazie ad una borsa di studio per orfani di guerra. Messo lì per decisione di altri, a rispettare regole fatte da altri e ad inseguire quello che altri ritenevano giusto per la sua vita. Nato a Manchester, di origine irlandese, ora Ellis si trovava nella cittadina di Rugby nel Warwickshire, tra l’indifferenza dei suoi pari età e la sua voglia di esplodere. “in grave spregio delle regole del football di quel tempo…” come recita ora una lapide affissa su uno dei muri della scuola, Ellis iniziò a correre verso la palla, la prese e la strinse forte al petto, correndo tra i ragazzi che cercavano di fermarlo, arrivò sulla linea di fondo, schiacciò la palla a terra ed alzo le braccia la cielo.  Era nato il rugby! È sul suo exploit, che ci sarebbero dei forti dubbi, anche perché, sembra che, all’epoca, in Inghilterra, il football fosse praticato in numerose varianti, che cambiavano di scuola in scuola e che venivano modificate, di anno in anno, dagli stessi studenti. In quel periodo, pare che, in alcune scuole, fosse permesso bloccare la palla con le mani. Era il trattenerla e correre, che era proibito. È plausibile, comunque, che all’interno di queste diverse regolamentazioni sia successo, in posti diversi e nel corso degli anni, che qualcuno abbia praticato una variante in cui fosse permesso correre con la palla in mano. La storia di Ellis comparve per la prima volta nel 1876, quando un certo Bloxan pubblicò un articolo sul “Rugby Meteor”, il giornale locale. L’articolo si rifaceva alla storia raccontata da un testimone anonimo, che avrebbe assistito al gesto eretico di Ellis. Quando la Rugby Football Union decise di indagare, era già il 1895, Bloxam era morto da 7 anni, Ellis da quasi venticinque; gli investigatori della RFU interrogarono tutti quelli che, all’epoca dei fatti, frequentavano la scuola di Rugby. Pochi però si ricordavano di Ellis. E quei pochi lo dipingevano come un giocatore di cricket. Ma, soprattutto, non avevano mai sentito parlare di quella corsa contro le regole. Quell’articolo, scritto 53 anni dopo quella mitica corsa con il pallone in mano, basato interamente sui ricordi di un misterioso testimone, resta il solo indizio di un qualcosa che forse è accaduto, forse no. Ellis, senza saperlo, aveva dato vita, con il suo gesto, ad uno sport, una passione che oggi vive ancora.  Davanti alla sua tomba, nel Cimitero del Vecchio Castello a Mentone (Francia), di fronte al mare, Ellis ora è lì seduto con un pallone tra le mani e si compiace al pensiero di cosa ha scatenato quella sua corsa contro le regole.      

di giuseppelavalle

per gentile concessione della Rivista Fever Pitch (storia e storie di calcio e cultura britannica)

 

 

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Scritto da Super User

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